giovedì 27 novembre 2008

Mario ha otto nipoti e si ricorda i nomi di tutti.
Nel 1940 già arruolato nella reale marina italiana è di base a Napoli.
Durante le libere uscite torna nel quartiere Chiaja, lì le sere si balla nonostante la guerra e la povertà. Si balla nelle case, alle feste. Tutti invitati.
E' qui che conosce Annunziata, la quale dopo parecchi balli troverà il coraggio di mandare un comune conoscente a dichiararsi.
Allora si diceva "vuliss fa ammore cu vuje".
Parole di una profonda poesia che vengono da lontano, dalla tradizione.
"vuliss fa ammore cu vuje" è un suono flautato che passa tra i muri dei palazzi, tra i bassi, nelle orecchie delle donne col capo coperto. Mentre portano i panni a lavare, mentre contrattano il prezzo degli ortaggi.
Sono parole d'amore che non lasciano indifferenti nessuno.
Chi le ha pronunciate attraverso la propria bocca o le ha ricevute per parola, dedica la propria vita all'amore.
Gli altri si consumeranno per l'eternità alla ricerca di una felicità solo fisica.

Dal porto il vento attraversa la città.
La notte le strade sono vuote, non c'è luce elettrica.
Mario non dorme mentre pensa alla sua promessa d'amore.

Gennaio 1941, la sua compagnia salpa per Tobruk, Libia.
Mario è uno sminatore di bombe sottomarine.
Il suo addestramento per tutta la guerra è durato mezzora.
Non ha mai toccato una bomba e non saprebbe neanche da dove cominciare per un eventuale disinnesco.
E' imbarcato sul Elisabetta Vittoria, peschereccio civile convertito alla marina militare. A prua c'è una mitragliatrice.
Manca il mitragliere. E a pensarci bene mancano anche le munizioni.
La Elisabetta Vittoria segue due corazzate e altre navi rifornimento.
Il mediterraneo è già in gran parte controllato dalla flotta britannica nemica.
Viaggiano sottocosta per tutta la Sicilia,, la Tunisia e finalmente arrivano a Tobruk.

A Tobruk portano le scorte che poi serviranno per il massacro di El Alamein.
Non c'è traccia dei locali. Non ci sono bordelli, le notti che non sono di corveè le passa con la sua compagnia a giocare a carte, da buon marinaio.
Un lontano cugino riceve il cambio e torna a Napoli.
Mario gli affida dieci lire da portare a sua madre.
Nessuno mai vide quei soldi, tantomeno il cugino.
Qualche mese dopo assiste allo sbarco di Rommel, della sua Panzerdivision con i carrarmati corazzati e le diavolerie della guerra.
Durante il lungo conflitto africano le notizie viaggiano con lentezza.
Si sà di vittorie schiaccianti e di sconfitte di misura.
Il fronte si capovolge varie volte, gli alleati avanzano e arretrano.
Fino al conflitto che segnerà la sconfitta africana dell'asse.
El Alamein appunto.
Quando i britannici sono ad un passo dall'accerchiare le truppe rimaste nel porto di Tobruk, arriva l'ordine di salpare per il peschereccio Elisabetta Vittoria.
Ma il porto è chiuso. La Royal Navy affonda qualsiasi imbarcazione provi a uscire.
Poi arrivano degli ufficiali britannici, è tutto molto confuso, nessuno capisce cosa stia succedendo.
Dopo tanta paura ai soldati italiani viene fatto capire che potranno lasciare la Libia di notte, a luci spente. Solo su imbarcazioni civili.

Mario è sottocapo, prendono il largo la stessa notte. Ha paura, trema, prega, si sentono bombardamenti da tutte le parti. Tobruk è caduta.
Per giorni si naviga verso le coste italiane senza contatto radio.
La mitragliatrice di prua viene gettata in mare. L'aviazione alleata cosi risparmierà la vita di quei pochi marinai scampati.
Grande stima e rispetto prova Mario per la marina navale di Sua Mestà il Re di Inghilterra.

In Sicilia la radio viene riaccesa. L'ordine è di tornare a Taranto.
A Taranto sbarcano, gli spetta lo stipendio dell'ultimo mese.
Mario diserta.

2 commenti:

ghirigori baumann ha detto...

bellissima. è tua?

gabrielezax ha detto...

Si, sto scrivendo le storie di mio nonno Mario. E non è finita, è solo un pezzo. Tra l'altro se cerchi ci sono i capitoli precedenti. E presto quelli successivi.
Comunque grazie.